Werner Bischof

Werner Bischof é uno dei protagonisti della fototografia del ‘900, un maestro del reportage che ha raccontato come pochi la magia e la bellezza degli angoli píu lontani del mondo: dall’India al Giappone, dalla Corea all’Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile e in Perù. Fu il primo fotografo ad entrar a far parte della Magnum Photos nel 1949, appena dopo i suo fondatori.
Nato a Zurigo nel 1916, si avvicina ben presto all'amore per la fotografia tanto da frequentare da adolescente la scuola d'arte della sua città. Uno dei suoi professori fu Hans Finsler, maestro dell'oggettività, che avrà particolare influenza nei suoi primi anni. Le sue prime foto sono prettamente formative, Bischof immortalava nature morte e panorami, temi agli antipodi rispetto a quelli che tratterà in seguito. A soli 20 anni apre il suo studio fotografico di moda ma dovette rinunciarci ben presto per entrare a far parte dell'esercito svizzero nel 1939.


Una volta ritornato a casa apre un piccolo laboratorio fotografico che gli permetterà di svolgere diversi lavori su commissione, specialmente di moda. Tentò anche la strada della pittura ma non ebbe il tempo di sperimentare molto dato che l'Esercito Svizzero lo richiamò per altri due anni. Non ebbe la reale coscienza di ciò che stava accadendo tanto da fotografare spesso i paesaggi che lo circondavano, finendo col pubblicarne qualcuno sulla rivista Du nel 1942.
Werner Bischof
Werner Bischof é uno dei protagonisti della fototografia del ‘900, un maestro del reportage che ha raccontato come pochi la magia e la bellezza degli angoli píu lontani del mondo: dall’India al Giappone, dalla Corea all’Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile e in Perù. Fu il primo fotografo ad entrar a far parte della Magnum Photos nel 1949, appena dopo i suo fondatori.
Nato a Zurigo nel 1916, si avvicina ben presto all'amore per la fotografia tanto da frequentare da adolescente la scuola d'arte della sua città. Uno dei suoi professori fu Hans Finsler, maestro dell'oggettività, che avrà particolare influenza nei suoi primi anni. Le sue prime foto sono prettamente formative, Bischof immortalava nature morte e panorami, temi agli antipodi rispetto a quelli che tratterà in seguito. A soli 20 anni apre il suo studio fotografico di moda ma dovette rinunciarci ben presto per entrare a far parte dell'esercito svizzero nel 1939.

Una volta ritornato a casa apre un piccolo laboratorio fotografico che gli permetterà di svolgere diversi lavori su commissione, specialmente di moda. Tentò anche la strada della pittura ma non ebbe il tempo di sperimentare molto dato che l'Esercito Svizzero lo richiamò per altri due anni. Non ebbe la reale coscienza di ciò che stava accadendo tanto da fotografare spesso i paesaggi che lo circondavano, finendo col pubblicarne qualcuno sulla rivista Du nel 1942.
Don McCullin fotografo guerra
Tutto cambia quando Werner Bischof ebbe modo di viaggiare in diversi Paesi e guardare concretamente le ferite e il disastro di popoli piegati, decimati, sconfitti dal conflitto. Questo schiaffo emotivo fu il perno centrale della sua vita. L'inizio fu nella Germania post-nazista, ridotta in rovine e in povertà. Werner Bischof toccò con mano il peso martoriante della Seconda Guerra Mondiale, spostandosi in bicicletta di città in città.

Inizialmente deve essere stato molto difficile passare da oggetti inanimati a soggetti reali ma il fotografo non si spaventò, ricordandosi che doveva solo aggiungere delle persone. Per fortuna, Bischof aveva un talento naturale nel fotografare le persone rendendo un "umanista" a tutti gli effetti. Per quanto riguarda la sua rapida scalata alla fotografia di reportage, il motivo era molto semplice.
Al tempo non c'era l'impatto mediatico di oggi e i giornali erano letteralmente affamati di storie e fotografie. Paradossalmente era più semplice venir pubblicati ma le foto di Bischof si differenziavano nettamente da quelle degli altri. La sua sensibilità influenzava notevolmente le foto pur non intaccandone il realismo.
Il fotografo vedeva l'America come "brutale ed egoista", responsabile della morte di migliaia di persone e, ancora peggio, della rovina di un intero continente. Werner Bischof ritenne opportuno documentare la rinascita europea dallo spettro della sconfitta e ci riuscì in soli 9 anni.
Il fotografo ritrarrà spesso bambini e adolescenti, vero riflesso delle condizione sociale e degli effetti devastanti di un fenomeno. Una delle sue foto tedesche più toccanti è sicuramente quella della mamma che allatta il suo bambino. In questo semplice gesto naturale si nasconde tutto l'attaccamento di una generazione che stringe i denti per farsi forza, per andare avanti e per permettere ai propri figli di crescere nel pieno delle proprie facoltà, lasciandosi alle spalle quel clima di morte. Dopo la Germania toccò alla Francia e ai Paesi Bassi, accompagnato da Emil Schultness. La sua conversione a fotoreporter non fu solo interiore perché diverse agenzie cominciarono a notare le fotografie di quel giovane. La stessa rivista Du lo inviò in diverse città per documentarne le condizioni così come l'associazione Schweitzer Spende ne commissionò un servizio in Grecia.
clima di morte.
In breve tempo Werner Bischof comincia a farsi una fama come fotografo documentarista e viene chiamato dalla famosa rivista Life in occasione delle Olimpiadi invernali di Sankt Moritz, le sue foto compariranno sulla rivista l'anno successivo. Intanto la sua missione di viaggiare negli Stati post-bellici continua e visita l'Europa dell'est e la Finlandia.
Proprio a Budapest venne scattata la fotografia "A train of the Red Cross, transporting children to Switzerland" con protagonista la piccola Jurika, una bimba ungherese in procinto di partire per la Svizzera. Il fotografo non è sul treno ma sulla banchina, il suo obiettivo è fisso sul finestrino dove 3 bambini guardano qualcuno in lontananza. Jurika è quella che maggiormente si fa notare, con un cartello al collo e la paura negli occhi. Lo sguardo è perso e l'osservatore si chiede sinceramente che fine abbia fatto quella bambina e quale destino abbiano subito tutti gli orfani di guerra costretti ad andare via dal loro Paese. La risposta Bischof non la conosce ma è l'artefice di questo meraviglioso scatto, così toccante ed empatico.

Il 1949 è un anno importante per il fotografo per due motivi: sposa Rosellina Mandel in Inghilterra ed entra a far parte di un'agenzia che scriverà la storia del documentario, ovviamente la Magnum Photos. Werner Bischof è in buona compagnia, l'agenzia riunisce i migliori sulla piazza come Robert Capa, David Seymour, Henri Cartier-Bresson e molti altri. L'agenzia è agli albori ma il successo non tarda ad arrivare grazie all'immenso talento dei suoi fotografi.
Sua moglie Rosellina è svizzera ma ha lavorato come assistente sociale a Rimini ed è proprio in Italia che la incontra. In questo periodo Bischof diventa padre del figlio Marco e comincia a collaborare anche con il Picture Post e l'Observer, non tralasciando mai i suoi viaggi e toccando Italia e l'Islanda.
In Italia girerà diverse città, da Rimini a Napoli, soffermandosi perlopiù sulle popolazioni rurali e sui tanti bambini che giocavano e ridevano pur possedendo il nulla.
In Italia, in un territorio fatto di polvere e macerie, Werner Bischof incontrerà un popolo vivo. Tra i panni stesi, le bancarelle e le tradizionali abitudini, c'è un'umanità che non ha subito alcuna scalfittura e va avanti con fierezza e gioia. Questa breccia speranzosa risolleverà l'animo del fotografo che, proprio in questa terra, scatterà alcune delle sue foto più belle.

Il successo e la popolarità arrivano intorno al 1952, Werner Bischof viene spedito dalla Magnum in India per documentare la terribile carestia in Bihar. Gli scatti sono inquietanti, il fotografo si ritrova a fotografare bambini denutriti, madri alla disperata ricerca di cibo, corpi scheletrici riversi sul terreno. Questa disperazione alienante è un terribile colpo per Bischof che ormai è troppo addentrato per tornare indietro. Anni prima suo padre, uno svizzero benestante, rivela tutta la sua delusione per quel figlio che aveva abbandonato la perfezione del suo Paese per una vita da sbandato, in giro per il mondo a fotografare morte e distruzione. Suo figlio gli risponderà con una richiesta di perdono. Werner Bischof chiese scusa per ciò che stava facendo, per l'impossibilità di tornare indietro a fotografare scarpe e bei vestiti. Chiese scusa perché non poteva essere un perfetto svizzero. Chiese scusa perché era un essere umano. Questo suo "sentire" gli altri è la perfetta sintesi della sua vita. Una vita breve ma intensa.
Dal 1951 al 1953 viaggiò tra Corea, Giappone ed Estremo Oriente per realizzare un reportage sulla guerra (nei primi due casi) e un servizio sulla società maschile. La cosa che risalta all'occhio è la pienezza della sua vita in un ristretto arco temporale. Werner Bischof era sempre sul campo, nonostante la stanchezza.
Una delle sue foto più belle è sicuramente quella scattata a Okinawa "Sopravvissuto ad Hiroshima". Il soggetto è ripreso di spalle, la visuale è dannatamente vicina e sembra quasi di sentire l'odore dell'uomo, la schiena nuda è una tela di cicatrici e bruciature. Il risultato è un quadro impressionante in cui la pelle sembra quasi essere diventata cuoio. La bomba sganciata a Hiroshima ha ucciso milioni di persone ma ha avuto conseguenze disastrose anche su persone che, al momento del fatto, si trovavano a centinaia di chilometri di distanza. Una foto sconvolgente e cruda che ben contrasta con un'altra della stessa serie. Ne "I monaci di Shinto" il fotografo si allontana dai soggetti che appaiono quasi inverosimili nelle loro vesti bianche, in fila indiana. La sequenza è ritmica e la luce illumina delicatamente la scena, rivelando un toccante movimento quotidiano.
Ovviamente c'è spazio anche per i ritratti più piacevoli e, nella terra delle geishe, Werner Bischof troverà diversi volti gradevoli in donne giapponesi.

Il 1954 è l'ultimo anno di Bischof. Il fotoreporter visiterà il Messico, Lima, Cile e Perù. Proprio in quest'ultima siglerà una delle sue foto più iconiche: il bambino peruviano che suona il flauto a Cuzco. Poche settimane dopo, Werner Bischof morirà a seguito di un incidente automobilistico nelle Ande. La sua auto cadrà in un burrone, portando via uno dei Maestri della fotografia del Novecento. Una leggenda metropolitana vuole che la foto di Cuzco sia la sua ultima ma non si sa quanto sia veritiera. Ciò che si sa è che il fotografo partì subito alla volta dell'Amazzonia e potrebbe aver scattato altre foto andate perse. Il bambino peruviano che suona il flauto accompagna dolcemente la morte di Bischof e chi osserva la foto ha quasi l'impressione di sentire le note in lontananza e il passo scoordinato del fanciullo. Soli pochi giorni dopo verrà alla luce Daniel, il suo secondo figlio.

Il pensiero di Werner Bischof è racchiuso in quella famosa lettera scritta al padre ma non solo. Quando qualcuno osava chiamarlo fotoreporter storceva il naso, era infastidito da quel termine così professionale e poco umano. Addirittura si ritrovò a scattare una foto-denuncia in Corea, riprendendo un gruppo di fotoreporter che si spintonavano alla ricerca dello scatto migliore. Un covo di avvoltoi che lui osservava come strani animali rinchiusi in uno zoo. Quello che faceva Bischof non era "cercare" lo scatto ma fermare un momento. Il suo obiettivo scattava in sincrono con il suo sguardo attento e l'immediatezza delle sue foto sono state la chiave del suo successo. Nonostante la ritrosia nel definirsi fotoreporter accettò subito l'invito della Magnum Photos.

In seguito alla morte, ci fu una rapida riscoperta dei suoi lavori e una consacrazione meritata del nome di Werner Bischof. Molte sue foto sono ancora oggi nascoste in archivi di tutto il mondo, come piccole tracce lasciate dal fotografo ai posteri. Suo figlio Marco ha seguito le orme del padre e cura diverse esposizione paterne. Ultimamente si è addentrato in uno speciale progetto di reportage per seguire le orme del padre in Perù, ripercorrendo le sue tappe e cercando una pallida ombra della sua aura speciale