Sergio Larrain

“Una buona immagine è generata da uno stato di grazia. La grazia si esprime quando uno è libero dalle convenzioni, libero come un bambino durante la sua prima scoperta della realtà. Il gioco è quindi quello di organizzare il rettangolo”.
 
 
Nato a Santiago del Cile nel 1931, Sergio Larraín è stato fin da ragazzo un vero e proprio spirito vagabondo. Cresciuto in una famiglia della buona borghesia (suo padre era l’architetto Sergio Larraín García-Moreno), a diciassette anni Sergio si trasferisce negli Stati Uniti per studiare ingegneria forestale a Berkeley. Lavorando nel tempo libero come lavapiatti, guadagna i suoi primi soldi che spende nell’acquisto di una Leica IIIC.
«Non perché volessi fotografare», ha scritto poi in una lettera ad Agnès Sire, «ma perché era l’oggetto più bello che avessi visto e che uno avrebbe potuto comprare».
A diciannove anni Sergio Larraín si trasferisce ad Ann Arbor, in Michigan, dove prosegue con gli studi e si esercita nei weekend a sviluppare le sue fotografie in un laboratorio preso in affitto. Lasciati gli studi si traferisce di nuovo in Cile e da qui intraprende un viaggio in Europa e in Medio Oriente con la sua famiglia. Comincia a realizzare fotografie con una certa continuità. Passa anche dall’Italia, da Firenze in particolare.
 
 
La fotografia diventa presto la sua professione principale. Lavora come freelance e come inviato per il giornale brasiliano O Cruzeiro. Raccoglie con il suo obiettivo scene di vita per le strade dell’America latina e dell’Europa. Nel 1956, in un periodo di travaglio personale, manda alcune fotografie a Edward Steichen che gliene acquista due per il MoMa di New York.
Nel 1958 Sergio Larraín lavora tra Londra, dove realizza alcune fotografie della città per il British Council, e Parigi. Si narra che durante questo periodo parigino abbia realizzato uno scatto dalle parti di Notre-Dame che ha poi ispirato il racconto Le bave del diavolo dello scrittore argentino Julio Cortázar (racconto che è stato a sua volta d’ispirazione ad Antonioni per il soggetto di Blow up). A Parigi Sergio Larraín conosce anche Henri Cartier-Bresson che lo invita a entrare nella scuderia Magnum Photos.
La fotografia di Larraín è differente da quella di HCB e degli altri membri dell’agenzia all’epoca: è venata di una certa inquietudine e a tratti assume toni quasi metafisici. Ma è anche una fotografia ricca di umanità, di tenerezza che offre uno sguardo pulito e sincero sul mondo.
 
 
Nell’arco di una decina d’anni Sergio Larraín realizza reportage in giro per il mondo per le più importanti testate internazionali (Life, Paris Match), torna anche in Cile dove conosce Pablo Neruda. Alla fine degli anni Sessanta si avvicina alla meditazione e frequenta la comune di Óscar Ichazo ad Arica. Poi dall’inizio degli anni Settanta comincia ad avvertire una certa disillusione. Sente che il peso della pressione giornalistica ne condiziona il piacere di realizzare fotografie. E anche gli sconvolgimenti politici che coinvolgono il suo Paese lo convincono a ritirarsi a vita privata. Si dedica allo yoga, alla meditazione, alla pittura a olio e alla scrittura. Scrive lettere struggenti agli amici in giro per il mondo. A Cartier-Bresson, alla sua amica Agnès Sire, ad amici e parenti. In una lettera al nipote Sebastián Donoso scrive quello che sembra un suo piccolo, personale manifesto della fotografia: «[…] si tratta di vagabondare, star seduti sotto un albero, si tratta di perdersi nell’universo, si inizia a guardare diversamente. Il mondo convenzionale ti mette i paraocchi, bisogna uscirne durante il “momento della fotografia”». Muore a Ovalle nel 2012.