Martin Parr

  “La fotografia è la cosa più semplice del mondo, ma è incredibilmente complicato farla funzionare.
Io fotografo la vita così com’è, se le foto vi sembrano grottesche è perché pensate che lo sia la vita.
È così? Ognuno di noi è bello e brutto nello stesso tempo, piacevole e spiacevole. 
Così è fatto il genere umano.”   
  
   
 
Camicia a quadri, pullover color vinaccia, pantaloni grigi, scarpe comode. Se non fosse il fotografo più celebrato del Regno Unito, maestro indiscusso del kitsch e degli eccessi della società dei consumi, potresti scambiare Martin Parr per un prof attempato in gita scolastica, alto e dinoccolato, con la macchina fotografica a tracolla.
I suoi scatti odorano di zucchero filato e mele candite, burro fuso sui pop corn, pantofole di peluche e cibo preconfezionato, unghie colorate e capelli cotonati, olio abbronzante, carte da parati dai toni marroni e piante finte. Consumismo, turismo di massa e stereotipi sul cibo.
 
   
  Una fotografia caratterizzata dall’ uso molto contrastato e luminoso del colore che racconta la storia del (cattivo) gusto e dei comportamenti della classe media inglese negli anni ’80. Con ironia e humour sottile, Parr, si concentra in modo spietato su luoghi comuni e comportamenti che in definitiva fanno parte di tutta la cultura occidentale.
Investiga il Kitsch della provincia inglese, gli arredamenti e le abitudini, i riti sociali delle classi medie.
Ne coglie con acume quasi sociologico tic e nevrosi.
La sua è un’ironia affilata, spietata, “al vetriolo”, e sempre diretta a mettere in luce il trash, il grottesco, l’ipocrisia della società contemporanea.
“Il mondo è pieno di fotografie di cose come i circhi, gli ospedali psichiatrici e il carnevale, che la gente fotografa perché questi soggetti permettono di realizzare buone immagini. Non è che la gente si interessi ai circhi o agli ospedali psichiatrici più che ad altro; è solo che questi sono classici soggetti fotografici. Come le zone di guerra, con la loro alta drammaticità.
Il linguaggio e gli argomenti della fotografia sono molto limitati. Ancora adesso, c’è gente che si aspetta di poter entrare a Magnum mostrando foto di prostitute o drogati. Ma si tratta di soggetti che vedi continuamente mentre ce ne sono molti altri a cui nessuno si interessa mai.
   Non pretendo di aver inventato un nuovo genere eh…”.  
 
 
 Quando Martin Parr fu ammesso nell’olimpo fotografico ci furono malumori fra i soci.
Henri Cartier-Bresson stesso non fu entusiasta.
Disse a Parr, papale papale, che lo riteneva “appartenente a un altro sistema solare”.
Certo è evidente il perché: con le sue immagini senza sconti della società di massa, con il suo sguardo impietoso sul grottesco consumista della nostra epoca, dalle mandrie del turismo package alla recita sociale delle spiagge alle orde cheeseburghivore dei centri commerciali al kitsch surrealista delle feste parrocchiali, ha demolito senza scampo gli ultimi romanticismi della fotografia umanista, quelli che erano sopravvissuti alla rivoluzione dei grandi irriverenti degli anni Cinquanta e  Sessanta, Robert Frank e William Klein.
  
 
Tra Bresson e Parr l’universo sociale era molto cambiato e occorrevano forse nuovi modi per mettere davanti alla società uno specchio impietoso in cui guardarsi.
Parr si limitò a mandare a HCB una copia di un suo libro con questa laconica ma rispettosa dedica:
Don’t shoot the messenger“, che in italiano suona più o meno: Ambasciator non porta pena.
Come dire: Caro Henri, questa è la realtà, non è colpa mia, non l’ho creata io, io la faccio solo vedere
  
 
SOURCE: http://www.kittesenk.com/